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I dervisci e la morte

di Piero Castellano

tempo di lettura stimato: 3 min e mezzo

Istambul

Ci sono molte Istanbul. Una megalopoli, una città storica, scrigno di tesori artistici e architettonici, un crogiolo di umanità, un’attrazione turistica. Tutte sono luoghi dell’anima.

Ogni turista che abbia vagato per la parte storica della città sul Bosforo avrà notato i suoi innumerevoli cimiteri, disseminati tra caffè, palazzi e minuscole moschee. Molti turisti saranno stati colpiti dalla disinvoltura con cui i vivi passeggiano, lavorano o addirittura si svagano accanto ai morti. E qualcuno si sarà anche chiesto come mai, tra le fogge delle steli ottomane che sormontano le tombe, e che rappresentano di solito un turbante, un copricapo simbolo del rango del defunto, compaia a volte una forma tronco conica, più o meno decorata.
Tutti i turisti ad Istanbul sono invitati ad assistere all’attrazione nota come “la danza dei dervisci roteanti”, genericamente spiegata come il tentativo di raggiungere l’estasi attraverso la danza. E’ una tradizione che è stata inserita tra i Patrimoni Orali e Immateriali dell’Umanità dal’UNESCO nel 2005, sebbene spesso sia eseguita per i turisti da semplici danzatori. Purtroppo, solo pochi ricordano, assistendo alla danza, le tombe dalle insolite steli, e solo a pochi viene effettivamente spiegato come abbiano assistito, con la danza, ad una sofisticata rappresentazione della vita, dell’amore, e della morte. E a come la morte abbia una parte fondamentale nel simbolismo dei Dervisci.

La confraternita sufi dei Mevlevi è quella che insegna ai suoi adepti il complesso rituale della Sema, la “danza” che culmina nella rotazione rituale. Segue gli insegnamenti del grande mistico sufi Jalal ad-Din Muhammad Rumi, noto in Occidente semplicemente come Rumi.
Nonostante alcuni studiosi facciano risalire il rituale della danza roteante ai sacerdoti di Cibele, antichissima divinità ancestrale anatolica, poi romanizzata, i Mevlevi sono devoti musulmani, i principali esponenti del sufismo, la corrente mistica islamica più universale e ascetica.
La vicinanza a Dio viene raggiunta dai musulmani dopo la morte, e dopo aver vissuto da giusti.
Ma i sufi credono che esista la possibilità di avvicinarsi alla presenza divina anche in vita, in una unione con Dio più perfetta di quella destinata a tutti, attraverso un difficile percorso iniziatico che restauri lo stato di perfezione intrinseco in ogni essere umano. L’iniziato deve spogliarsi di ogni interferenza terrena, con l’amore come singola motivazione verso la purezza, amore verso il creato e verso Dio: “Ogni amore è un ponte verso l’amore divino”, scrisse Rumi. La morte, quindi, pur essendo la destinazione finale del percorso, rappresenta quasi un ostacolo, una porta che deve essere aperta e attraversata. La parola persiana darvish viene interpretata come “colui che passa da una porta all’altra”. In questo senso la Sema è solo una tappa degli insegnamenti che avvicinano il derviscio al suo traguardo.

Il simbolismo è minuzioso, quasi didascalico: i “danzatori”, i semazen, entrano avvolti in una cappa nera, che simboleggia la tomba. Dopo una lode iniziale al Profeta, e una processione rituale, la cappa nera viene abbandonata, grazie alla rinascita della sottomissione a Dio, e i partecipanti restano con la lunga tunica bianca, che rappresenta il sudario: la morte dell’ego è la liberazione dalle distrazioni che hanno inquinato la perfezione iniziale.
La “danza” vera e propria, con la famosa rotazione, è una metafora della vita, del percorso iniziatico, con quattro partecipanti che ruotano attorno al maestro, che è l’unico a ruotare unicamente su sé stesso. Nel simbolismo sufi, l’abbandono, il distacco, la resa portano alla pace del cuore che solo l’unione con Dio può dare.

La cerimonia si conclude con una preghiera di ringraziamento: il simbolismo è compiuto, la metafora del percorso conclusa. Resta solo l’inevitabile distacco dalla vita. L’alto cappello di pelo di cammello indossato da tutti i partecipanti, compresi i musicisti, rappresenta la pietra tombale che aspetta tutti, nell’unione finale con Dio, qualsiasi sia il percorso compiuto.
Le steli di pietra dei cimiteri ottomani, con i copricapi dervisci stilizzati, indicano l’appartenenza del defunto ad un ordine sufi. E’ in quei cimiteri che costellano Istanbul, tra i giardini, i parchi, i negozi o i caffè, che i dervisci roteanti del passato conservano il segreto dei loro percorsi di vita.

Piero Castellano [ 15/11/2012 ]


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