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Quei maledetti confini minati…

di Tommaso Palmieri

tempo di lettura stimato: 4 min e mezzo

Libia - Italia

La regione libica orientale, la Cirenaica, in arabo si chiama “Barqa” e deriva dalla radice trilittera primaria costituita dai tre segni alfabetici ba’, ra’ e qaf che, legatisi, formano l’infinito del verbo che significa luccicare, brillare, splendere.

Ma questa terra desertica e in parte montuosa teatro della leggendaria resistenza senussita guidata da Omar Al Mukhtar presenta ancora oggi, nella linea di confine con l’Egitto, il segno pesante di una guerra che si è combattuta tra eserciti europei per motivi di dominio estranei alle tradizioni, ai luoghi e ai modi di vita delle popolazioni della zona, che si sono trovate all’improvviso depredate, sfruttate, sottomesse con la forza e private delle loro risorse.

Italianizzare e civilizzare la colonia, si diceva appunto negli anni della “riconquista” fascista nell’epoca della “mente” Badoglio e del “braccio” Graziani e per fare ciò si raggruppavano in maniera coatta i “civilizzanti” in campi di concentramento fatti costruire più a nord, nella Sirtica; per arrestare i rifornimenti alla guerriglia, il generale a capo dei suoi “arditissimi” fece costruire un reticolato di filo spinato lungo diversi chilometri che attraversava tutto il lungo confine libico egiziano, un malvagio isolamento che aggiungeva crudeltà ferrate alle arrugginite ed inventate frontiere d’Africa, decise a tavolino in funzione eurocentrica. La “regione lucente”, la “regione brillante”, la “regione splendente”…Di fuochi, di esplosioni, di morti e di feriti, mai risarciti.

Durante la II guerra mondiale furono poi Germania, Francia e Gran Bretagna, oltre all’Italia naturalmente, a disseminare di mine detta linea di demarcazione. Un conflitto estenuante ed impegnativo, fatto di azioni di avanzamento e ripiegamento, di passaggio, scaricamento sotterraneo fugace e lampante, in attesa che il nemico cadesse nella trappola esplosiva.
Rommel e Montgomery, troppo impegnati nella loro ottusa strategia di guerra e distruzione manco si accorgevano del territorio che andavano impregnando di presenti e future sciagure, una zona a loro congeniale solo in funzione del compito assegnatogli, mentre il luccichio dei carri armati procedeva inarrestabile avanti e indietro, nel disilluso presente dei pastori nomadi che avevano cercato di rioccupare quelle terre rialzandosi dalle ferite ancora aperte della dominazione italiana che stava per finire, almeno da un punto di vista governativo.

Sono loro, donne e uomini del deserto che vivevano di sussistenza e nomadismo, in attesa del wadi tanto agognato, che si troveranno ancora una volta loro malgrado nel vortice della tragedia, da Tobruq e Bardiyah giù fino a Jaghbub e Kufrah, oppure da Sidi El Barrani a Siwah fino ad inoltrarsi nelle linee disegnate con geometrica precisione e che nella realtà quotidiana appaiono nelle dune e nelle distese infinite di sabbia sollevata dal caldo ghibli.
Nella storia essi sono ancora una volta relegati ai margini di una ben definita scala di avvenimenti secondari, ignare vittime della guerra oppure mutilati di braccia e gambe; il resoconto di queste nullità storiche, consuetudine dell’Africa contemporanea, la voce di questi abitanti, non ci è mai giunta e gli affanni per ottenere almeno un risarcimento sono ancora oggi materia di approfondimento perché non sappiamo se gli accordi recentemente stipulati contengano un riferimento alla bonifica di queste zone di frontiera.

Già, oggi: si può facilmente pensare che oggi, nella “regione splendente”, emergano nuovi cadaveri, quelli di chi fugge dalla miseria e dalla disperazione affidandosi a trafficanti senza scrupoli o caduti nella rete delle autorità decise a fermare l’invasione con la costruzione di nuove forme di tortura, come ad esempio a Kufrah, oppure si può malignamente teorizzare che quei soldi donati anche per bonificare siano andati invece solo a finanziare i barbari strumenti che la storia coloniale ha consegnato ai nuovi insediati per reprimere il “diverso”.

Fatto sta che buona parte di quelle stime realizzate in passato (tra i due ed i dodici milioni di mine in Libia, circa ventitre milioni in Egitto) potrebbero rappresentare ancora una valida mappatura dell’area e per questa gente che si dirige verso nord in cerca di un futuro migliore costituirebbe un’ulteriore minaccia, aggiungendo una nuova drammatica pagina nera nella storia di questa martoriata frontiera.

Tommaso Palmieri [ 31/10/2008 ]


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