:: sommario di pagina



:: sei inItaliano  » Libri  » view

Ibn al Muqaffa’ ovvero l’eretico “peccatore” culturalmente rispettato e tramandato

di Tommaso Palmieri

tempo di lettura stimato: 4 min

Bologna (ITALIA)

letteratura araba, mediterraneo, culturaVi è stato, nella storia del mondo islamico, un lungo periodo di tempo caratterizzato da una vera e propria specializzazione, che si può definire di conoscenza e trasmissione del sapere, quasi una sorta di “tecnico aggancio” che ha (ri)scoperto opere appartenenti ad altre culture e le ha rielaborate e tradotte, a partire da un centro di nuova fondazione ricco di biblioteche e università.

Un’epoca storica di grande spessore intellettuale e di riflessione intensa, una fusione continua e vivace legata anche ad una certa lungimiranza politica, ai confini tra i governatorati califfali omayyadi ed abbasidi (VI-VII secolo d.C), allorquando Damasco prima e Baghdad poi rappresentarono il tronco diffusorio principale, una sorta di andirivieni di destinazione e circolazione del tramandato in funzione dell’allargamento regionale del dar al Islam[1].

Abdallah Ibn al Muqaffa’ vive in questa permanente fase di assimilazione ed entra nell’impero musulmano come nuovo suddito proveniente da un’altra cultura, quella persiana. Persiane infatti sono le sue origini, la sua appartenenza e probabilmente la sua credenza, ancora intessuta di elementi mazdei. Egli fu quindi un divulgatore della tradizione dell’Iran preislamico, ed è noto soprattutto per il suo riadattamento in arabo delle favole indiane (Pañcatantra), meglio conosciuto come Kitab Kalila wa Dimna (Il libro di Kalila e Dimna).

Possiamo quindi immaginare l’iter col quale quest’opera di insegnamenti morali incorniciati da metafore animalesche sia giunta sino a noi, a partire dall’India del Brahmanesimo, la Persia, attraverso la traduzione in pehlevico[2] del dotto Burzoe, poi riadattata, tradotta, nuovamente titolata e trasmessa a Baghdad da Ibn al Muqaffa’, e di lì verso occidente (fu fonte di ispirazione di numerosi novellieri e favolisti, tra cui La Fontaine).

Il “Figlio dello Storpiato”, così come viene tradotto il suo nome familiare in quanto il padre, accusato del furto dell’imposta fondiaria, fu punito mediante un colpo sulla mano che si contrasse, raggiunse anche lui come altri all’epoca il suolo iraqeno per entrare in quella élite di studiosi divenuti fondamento di quella cultura e di quel filone prosaico artistico narrativo che divenne di importanza vitale in quel processo di “migrazione culturale scritta” che coinvolse in particolare la letteratura araba.

Tuttavia, non lo possiamo certamente definire un pio credente; se difatti è certamente vero che la sua successiva venuta a Bassora e Baghdad rappresentò anche una formale conversione, possiamo probabilmente affermare che egli decise di abbracciare l’Islam per convenienza e non per convinzione, una sorta di scelta di comodo dettata da un lungo ragionamento, anche in funzione del fatto che nell’area iranica di provenienza era ancora diffuso il culto di Zoroastro e che esso era comunque giuridicamente tollerato, essendo anch’esso compreso nel concetto di ahl al Kitab, quelle “genti del Libro”, appartenenti alle religioni rivelate con un proprio libro sacro di riferimento. Più presumibile, tuttavia, che il Nostro avesse abbracciato una sorta di filosofico manicheismo. 

“Tornai alle mie ricerche sulle religioni per attingerne giustizia e verita’, ma non trovai in nessuno dei miei interlocutori, sollecitati a rispondere alle mie domande o mossi dal loro stesso impulso ad iniziarmi, niente che facesse per il mio intelletto, che potessi apprendere con certezza e seguire fino in fondo. Mi dissi: “Se non raggiungo una fede, mi terro’ quella degli avi”. Meditai a lungo sulla cosa senza trovare una via d’uscita, senza peraltro aver modo di conferme nel seguire la religione a vita, e senza possedere prove o almeno pretesti per lasciarla.[3]” 

Già in questo suo ragionamento, che scrive per bocca del medico Burzoe nell’introduzione alle novelle indiane, si intravede questo tentativo di fare ricerche sull’eventuale raggiungimento di una fede, non specificata. Dubbioso, più che presunto peccatore, libero pensatore più che intellettuale.

Non fu per quanto ivi scritto che Ibn al Muqaffa’ fu giustiziato, per eresia, a soli trentasei anni, dal califfo abbaside al-Mansur nel 757 d.C (139 dell’ègira), ma per la circolazione a corte di un’opera confutatoria, a lui attribuita, che venne interpretata come un attacco al Corano.  

Non è tuttavia per infedeltà che l’autore è ricordato nel mondo islamico, quanto soprattutto per la sua instancabile attività di trasmettitore e traduttore. I manoscritti persiani e siriani riferiti al Kalila wa Dimna tra il XII ed il XIV secolo testimoniano che la sua grandezza è riconosciuta e valorizzata, a prescindere dalla sua credenza di facciata, dalla sua dubbiosa ricerca della verità religiosa e dalla condanna a morte in quanto presunto eretico. 

La sua permanente peregrinazione di una ricerca nella fede e il conseguente approccio eclettico rendono Ibn al Muqaffa’ un personaggio singolare nella storia letteraria del mondo islamico, una sorta di “esterno dell’ortodossia musulmana sunnita”, comunque abbracciata per poter accedere all’ambiente di fervore produttivo dell’epoca abbaside, anche se tendente ad un individualismo razionale. Non sembra aver subito pentimenti e sensi di colpa per questo percorso, tanto da scrivere quell’opera che lo trascinerà alla morte, inferta per mano politica (e religiosa, giacchè…Islam din wa dawla[4]) non tanto nel senso di “aver peccato” nello scrivere quel commentario, quanto nell’aver intrapreso un percorso critico della principale fonte di riferimento del credente musulmano, il “Dio fatto carta”. Non un “peccato mortale”, cristianamente parlando, quanto un’”azione ingiusta” rivolta direttamente all’”Unico”, contro la sua volontà e ritenuta tale dalla bipolare guida califfale, rappresentante anche della comunità dei credenti. 

Da una parte quindi il “peccatore”, l’eretico pensatore imbevuto di molteplici influssi (persiani, indiani, arabi) che teologicamente brucerà nel fuoco infernale attendendo la compassione ed il perdono divino, dall’altra il compositore di adab[5], il letterato che trasmette, traducendole, le opere provenienti dalle periferie entranti dell’impero musulmano e che, nonostante lo “smarrimento”, è rimasto, entro i confini del mondo arabo islamico, ben presente nell’immaginario e (credo) nello studio didattico. Un po’ meno in Occidente, ma questo rientra in un discorso più generale sulla considerazione della letteratura araba. 

[1] Il territorio di dominazione islamica 

[2] Antico Iranico

[3] Mi riferisco qui all’edizione italiana de “Il Libro di Kalila e Dimna” a cura di A. Borruso e M. Cassarino e pubblicata da Salerno, 1991

[4] L’Islam è religione e stato

[5] Termine complesso: lo rendiamo come “letteratura” ma anche come “buone maniere”, inteso qui in senso stilistico

 

 

Tommaso Palmieri [ 01/02/2010 ]


:: menù utility

[0] « ritorna al sommario

Immagini (2)

  • [ NUOVA FINESTRA ] Ingrandisci l'immagine
  • [ NUOVA FINESTRA ] Ingrandisci l'immagine

commenti (4)

Gentile Antonello Giglio, il termine arabo Mu'anasa deriva, così come la maggior parte dei vocaboli di questa lingua, da una radice trilittera (Alif, nun, sin) e si può rendere in italiano con "affabilità, socievolezza, familiarità". Cordialmente,

Tommaso Palmieri @ 12.09.2011 @ 16:28:46

salve, potrei conoscere il significato dell'espressione AL-MU'ANASA?? grazie

antonello giglio @ 12.09.2011 @ 10:00:07

Gentile Antonio Fabiani, il Kitab al-Imta wa al-Mu'anasa è un'opera del letterato di origini persiane (ma di cultura e lingua araba) Abu Hayyan al-Tawhidi, vissuto tra il 930 ed il 1023 d.C. Di questo autore non risultano esserci traduzioni in italiano, a parte le menzioni antologiche: l'unica opera che si può reperire (in arabo) è al-Muqabasat, che si trova presso la biblioteca del Dip. di Studi Asiatici dell'Orientale di Napoli. Cordialmente,

Tommaso Palmieri @ 14.09.2010 @ 0:37:02

Sapete se èstato tradotto in italiano il suon libro:Kitab al-Imta wa al-Mu'anasa?

antonio fabiani @ 17.05.2010 @ 12:10:14

Inserisci un commento (tutti i campi sono obbligatori)


:: menù servizi

[0] « ritorna al sommario