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VideoArte: il rapporto tra arte e TV

di Serena Maffei

tempo di lettura stimato: 4 min

VT is not TV”: così nel 1968 il videoartista Paul Ryan dichiarava il limite tra videotape e television, per marcare che i due elementi sono sì, accomunati dallo stesso oggetto tecnologico, ma differiscono fortemente per i contenuti.

La televisione ebbe un impatto talmente forte nella società che gli artisti non poterono fare a meno di analizzarne le potenzialità a fini artistici. Si trattava di un veicolo molto affascinante per i loro messaggi: lo schermo d'altronde incanta e spaventa con notizie buone o cattive, può annoiare o divertire; inoltre in un modo o nell'altro tutto il mondo guarda la tv. E allora perché non provare a sostituire telegiornali, soap opera, talk show e commedie? Magari documentando una performance artistica o un happening. O filmando un oggetto immobile. O usando gli schermi come pezzi di un puzzle.

La videoarte identificò quindi un mezzo potentissimo più che altro nello schermo. Per tre motivi: prima di tutto, anche se pare banale, per il fattore tele (dal greco lontano, che è quello che ha determinato il successo della televisione vera e propria) poiché avrebbe permesso di portare l'arte ovunque. In secondo luogo, permetteva di documentare opere altrimenti effimere (quanta Land Art, quanti happenings e performance possiamo oggi gustare a distanza di decenni grazie al supporto video?); infine in terzo luogo, tema che ha esercitato un enorme fascino sugli artisti, la dematerializzazione dell'oggetto, nel senso che magari nello schermo c'è una mela. Ma non è una mela vera. Insomma un po' quello che ha fatto Magritte con “Ceci n'est pas une pipe (“Questa non è una pipa”), ma in versione tecnologica.

Quanto ha stravolto l'arte tutto questo? Il superamento della barriera fotografica portò dall'immagine statica alla creazione di nuovi e innovativi oggetti d'arte pieni di dinamismo e vividezza. Unitamente allo sviluppo delle tecniche cinematografiche e di tecnologie sempre più avanzate, questo ha permesso agli artisti di creare prodotti videoartistici progressivamente più raffinati, giungendo addirittura all'interazione fisica con lo spettatore grazie ai modernissimi schermi touch o 3D.

La videoarte ha avuto le sue prime intuizioni nei tardi anni '50, per diventare ufficiale nel 1968 quando al MOMA di New York viene presentata una mostra dal titolo The machine as seen at the end of the mechanical age, curata da Pontus Hulten. Fu molto importante perchè sottolinea il passaggio dall'epoca della macchina meccanica a quella tecnologica. In questa mostra Nam June Paik, che già nel 1963 aveva realizzato una Exposition of Music-Electronic Television, (considerato oggi il primo atto concreto di pratica della video arte) utilizza il primitivo videoregistratore Portapak, il primo strumento portatile di registrazione audio-video che la Sony aveva rilasciato qualche anno prima.

Da allora molti artisti si esprimono attraverso questa forma artistica, che dagli Stati Uniti è arrivata anche in Europa e continua ad avere molto successo grazie alle grandi potenzialità consentite dai mezzi tecnologici. A confermare il fermento presente nei paesi mediterranei a tale proposito, esistono numerose manifestazioni dedicate alla Videoarte, sia in ambito nazionale che internazionale. Ad esempio si è concluso pochi giorni fa il festival Confini – Festival Internazionale di Arti Visive del Mediterraneo, a Reggio Calabria. Il festival è dedicato principalmente alla cinematografia, ma comprende una sezione esclusivamente focalizzata sulla videoarte dell'area mediterranea. Ancora, e di portata geograficamente più vasta, un altro evento che vede protagonista questa forma d'arte visiva è In Medi Terraneum - Festival Simultaneo di Video-Arte, la cui quarta edizione si è svolta proprio qualche settimana fa (28-29-30 Novembre). Ha luogo contemporaneamente in 6 paesi dell'America latina e altre nazioni del Mediterraneo: Argentina, Colombia, Uruguay, Spagna, Italia e Grecia. durante i giorni 28, 29 e 30 Novembre 2013. E' un concorso in cui vengono selezionati sei artisti e dunque sei lavori, uno per ogni paese i quali vengono esposti per tre giorni nelle varie sedi. Nell'ultima edizione, il cui tema era il “fuori luogo” (interpretabile in molteplici modi) i sei prodotti sono stati fusi in un unico video che è stato proiettato a Madrid in una vj/dj session. Ancora alla 49a Mostra del Cinema Internazionale di Pesaro, svoltasi nell'estate 2013, ha avuto una parentesi tutta speciale la videoarte Israeliana, che in questa occasione è diventata portavoce delle questioni geopolitiche e sociali del Medio Oriente.

Per citare un altro ed ultimo esempio, e per fare uno zoom locale sulla videoarte in maniera più incisiva, vorrei citare la Videonotte svoltasi a Trieste qualche giorno fa, una iniziativa molto carina in cui tutte le Gallerie e Studi legati al circuito La Casa dell'Arte rimanevano aperte dalle 20 alle 24 per una maratona in cui venivano proiettati in loop prodotti videoartistici selezionati. Era così possibile fare una sorta di videotour in tutta la città, rendendosi così conto della enorme varietà di idee e sperimentazioni che gli artisti mettono su video. Studi sulla luce, festival musicali locali, esperimenti di fisica, performance delle più simpatiche e disparate. La città, affacciata alla punta più estrema dell'Adriatico raccoglie (per una serie di iniziative di promozione di ricerca e sperimentazione artistica nella città) le esperienze di tutta la costa a scendere, e quindi quelle slovene, croate, bosniache, montenegrine, ecc., nonché quelle balcaniche. Questa ultimi particolari sono fondamentali per evidenziare quanta multiculturalità viene proposta nell'iniziativa, e di conseguenza quanta geografia, storia e storie di persone, emozioni e realtà tanto differenti tra loro. 

Forse è questa l'evoluzione della videoarte di oggi rispetto a quella delle origini: mostrare quello che propone (o impone?) la tv, ma da un altro punto di vista, ovvero la realtà filtrata dallo sguardo critico dell'artista, con il preciso intento di creare un prodotto artistico a sé stante. Non si tratta di un prodotto mainstream che deve necessariamente essere meritevole per essere trasmesso dalle varie emittenti. É passato molto tempo dalla dichiarazione di Paul Ryan, ma queste tematiche sono quanto mai dibattute e rappresentano fonte di ricerca ancora oggi, alla luce delle nuove tecnologie e delle nuove sperimentazioni artistiche.

Serena Maffei [ 09/01/2014 ]


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